lunedì 16 marzo 2009

CAPITOLO DELLA DONNA CAPITOLATA

Eccoti, ti vedo, davanti ad una vetrina che rispecchia il tuo corpo di madre già orfana delle materne occupazioni e preoccupazioni. Della tua prole in giro per il mondo, o dall’altra parte della città, comunque lontano quanto basta per non essere ingurgita dalla tua fame vorace. Anche se il tuo grembo sembra ostinarsi a trattenere il ricordo di quei mesi passati a contare i mesi che ti dividevano dal condividere il tuo pasto alla mensa dei poveri. Più che partorire, vomitasti la tua genia, in un rigurgito di orgoglioso sollievo. Da quel momento il tempo smise di passare dalle tue parti, si limitò a sorvolarti. Accorciando le distanze da tutto ciò che non ti riguarda e che non psi volta a guardarti. Non più. Gioisce e inarridisce al ricordo che ti vedeva empia del torcicollo di tanti galli che ormai son capponi, ma del cui sguardo acquoso ancora brameresti un lampo. O forse rimpiangi quello che mai fu, ma non invano arriva quel rimpianto, a sproposito come ogni cosa spropositata che non hai osato fare. Come comprare quella camicetta che ti piace tanto, solo perchè non ti bastano i soldi per la frutta. Tu ne faresti a meno, della frutta. Tuo marito farebbe a meno della camicetta.

Hai soldi contati, eppure continui a contarli.

Non ti riguarda più il tempo contato, ma fingi di contare il tempo che ti resta a disposizione per non comprare quel vestito che ti piace tanto e che addosso a te starebbe tanto male. Ti resta il tempo per non fartene una ragione, e folleggiare fra le bancarelle del mercato. Ti fai strada, a spintoni e parolacce, fra la fila di aspiranti volontarie ad entrare nell’esercito delle donne al fronte. La trincea è ancora lontana, ma gli spari degli ultimi pezzi a disposizione dell’artiglieria nemica, ti rende ardita almeno quanto riparata dalla tentazione di disertare. Meglio dissertare sul prezzo. Aver rinunciato alla camicetta non significa essere vigliacchi, solo prudenti quel tanto che è già troppo. Conquistare un lembo di stoffa strappata dalle mani della nemica, che continua a fingere di disprezzare quel che entrambe ambite, ti rende fiera e feroce. E senza guardare di cosa si tratta, senza trattare sul prezzo, compri. E porti a casa. Piena di borse di plastica, piena di te, piena di rabbia, ma nonostante tutto piena di amore. Non hai disprezzato eppure hai comprato. I luoghi comuni non fanno per te. Tranne uno, tranne quel posto, dove tutto è in comune con gli altri. Quelli che ci sono e quelli che vanno e vengono. E anche per quelli che non vengono più. Chi se ne frega della camicetta? Beh... potrebbe esserci ancora, magari una diversa, che ti piace di più. Che costa meno, o magari avrai più soldi. Dopotutto, tuo marito non è ancora alla frutta. E neppure tu. E mai più ci sarete, purtroppo. Il tempo della semina è finito prima del tempo, del primo tempo. L'intervallo non ricrea, non crea. Distrugge. La pausa che ti prendi a tutti i costi non ha valore eppure l'ostenti come il più prezioso dei tesori. L'isola che non c'è non c'è mai stata. Eppure ci sei approdata, naufraga ignara dell'ultimo diluvio, colomba in gabbia, che non proferisci neppure il silenzio per non rischiare di perdere la quiete che ti squarcia la gola.

E un ramoscello d'ulivo cade laggiù, nella polvere che si leva da uno sparo che il mercante svende a caro prezzo e poi giace estinto e sconsolato d'aver sprecato invano l'ultimo omaggio per la sua donna in guerra anche con la guerra.

Il riposo non ha più senso, tanto vale scavare fino al mare. Perfino a... mare.





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